[Cartolina numero due]

[Cartolina dal Molo Sartorio]

Il racconto che la correda è ispirato al testo teatrale [Sei nei miei piedi] di LauraCasati e alla canzone [Song to the Siren] di [Tim Buckley].

Buona lettura!

[Riassunto della cartolina precedente]. La Bora, che un tempo fu una fanciulla felice, si infila per sbaglio in un negozio di abiti femminili. Incontra una ragazza che di nome fa Bora come lei, le si incolla alla pelle e decide di trascorrere ventiquattro ore a Trieste in sua compagnia.

[Ore tredici in nero e argento]

Dice che sarà il giorno più importante della sua vita.
Il più bello.
Quello di cui conserverà il più bel ricordo fino a che, forse, non prenderà in braccio suo figlio per la prima volta.

Dicono.
Lei dice.

Ha scelto il vestito appena qualche ora fa.
L’ha acquistato qui a Trieste in quella deliziosa boutique a due passi da Piazza Cavana, in via Madonna del Mare 2B.

Nero e argento, leggero che pare tessuto di nuvole.
S’accende di bagliori come di sole che bacia le onde, luccica di scaglie di sirena, è un cielo di notte striato di comete.

Dice la donna del negozio.
Lei dice.

Ha la sua più cara amica accanto che ha, appesa al collo, la sua amica più cara.
La macchina fotografica è il prolungamento del suo braccio, l’obbiettivo è l’estensione naturale del suo sguardo. La ritrarrà come in un antico quadro del [Museo Revoltella].

Dice l’amica.
Lei dice.

Io le credo e le sorrido mentre i suoi piedi nudi sfregano contro la pietra, davanti allo specchio di mare tra Riva Nazario Sauro e il molo Sartorio. A momenti arriverà un piccolo gommone e ci porterà via: la ragazza di nome Bora ed io, la Bora. Sono passate poche ore soltanto da quando l’ho incontrata ed è tutto pronto per la nostra immersione.

Dicono quelli del diving center.
Lei dice.

Arriveranno con l’attrezzatura e finalmente scenderemo là dove giace Tergeste l’argonauta, l’antico mio amore morto per mano di Eolo, padre mio e padrone di tutti i venti.
Tra poco saremo giù nel buio, piccole al suo cospetto, là dove coperto d’alghe e coralli lui si è fatto prima monte e poi città.

Dice la leggenda.
Si dice.

Andremo a cercarlo fluttuando senza peso. Voleremo a fondo e un mondo parallelo ci si schiuderà tutt’attorno, un cosmo liquido così sconosciuto e pure così interconnesso all’uomo.
Per un poco che ci sembrerà un eterno saremo testimoni di quella straordinaria varietà biologica che è bellezza pura e fondamento della stessa esistenza della specie umana.

Dicono i sub.
Si dice.

Io, la Bora, non temo la discesa eppure sono inquieta per quello che vedrò.
Mi agita l’idea di trovare un mare ferito di plastica e pesticidi, sul fondale brandelli di naufragi e di rifiuti, rifugio per pesci derelitti nell’abisso in agonia.

Dicono gli ambientalisti.
Confermano gli scienziati.

Lei, che di nome fa Bora come me, non si immerge per svago. Scende per conoscere e per conoscersi a fondo.
Va giù per documentare le azioni nefaste che compromettono l’equilibrio del mare.
Vuole raccogliere il canto d’allarme delle sirene, registrare il sussurro delle creature marine che, come coro d’un antica tragedia, chiedono d’essere salvate.

Dico io.
Dice lei.

Il suono è l’amore della sua vita.
L’amore della propria vita non è necessariamente una donna per un uomo, un uomo per una donna, un uomo per un uomo o una donna per una donna. L’amore della propria vita è quell’amore folle che qualcuno prova per qualcuno o qualcosa d’altro.

Dicono gli psicologi.
Si dice.

Se qualche tempo fa le avessero detto che un registratore portatile sarebbe diventato l’amore della sua vita avrebbe alzato le spalle, scosso i capelli nel vento e poi sarebbe esplosa in una risata cristallina.
Invece oggi, eccoli qui: lei e il suo registratore, inseparabili. Lui si immergerà con noi, pronto a raccogliere la voce del mare.

Dice lei.
Dice lui.

La voce. Che strumento potente e misterioso!
Quanta forza c’è in una voce? Quante pause ci puoi contare? Quanti silenzi parlano lì dentro?
Lei ha un sogno nel cassetto e lo condivide con lui. Vogliono compilare l’opera omnia delle voci della città e poi ospitarle in un museo, magari proprio in uno dei vecchi magazzini qui vicino al porto.

Stiamo ancora attendendo il gommone che ci porterà verso la [riserva marina di Miramare], pronte per la nostra prima vera immersione.

Io, la Bora, sono emozionata anche se il cielo grigio sopra di me non s’accende della mia stessa felicità.

Proverà risentimento? Io, nata donna d’aria e di volo, sto per tradirlo con il mare.

Le barche a vela poltriscono ormeggiate cigolando di disappunto. Il mare ci guarda con occhi profondi e spenti. Di tanto in tanto lascia salire in superficie una voce roca simile a quella di chi ha troppo bevuto o si è troppo ferito con la vita e io all’udirla mi sento rabbrividire.

Ho sempre pensato che la forza del mare stesse tutta nelle maestà delle onde alzate da me, la Bora, e invece oggi, mentre attendo di prendere il largo e scendere là sotto, la scopro tutta concentrata qui tra il molo e la riva.

Quanta dignità deve avere il mare per sopportare le angherie degli ormeggi che lo imbrigliano e delle chiglie che lo schiacciano?
Esposto allo sguardo di chi sbarca, costretto in una sorta di immobilità innaturale, sporco suo malgrado, riesce comunque a conservare una parvenza di candore e di purezza senza pari, mostrandosi nudo alla città in tutto il suo fragile equilibrio.

Ascolto la sua voce. Anche lei la ascolta. Play: il registratore si mette in funzione.
Non capisco bene ma mi sembra che il mare invochi proprio me, la Bora.
Farfuglia che Bora e tempesta sono per lui un farmaco e una benedizione: un potente emetico che lo induce a vomitare a terra il cibo tossico ingurgitato per opera di un’umana nutrizione forzata, pulendo il suo ventre almeno un po’.

Vorrei prendere una manciata di bagliori argentei da queso abito nuovo e spargerli sulla sua superficie perché possa sentirsi di nuovo bello, pulito, pronto stanotte a fare l’amore con la luna.
E invece no. Vorrei intonare per lui un canto ancestrale di cura e guarigione. E invece no. Io, questa volta non trovo né gesti né parole.

D’improvviso un motore tossisce un alternarsi di pressioni e depressioni dell’aria. Ai miei timpani quel suono non dispiace del tutto, ci fanno presto l’abitudine. La quiete lei no, non ci si abitua. Si rompe e spezzandosi trancia anche il filo dei miei pensieri.

L’attesa è finita: il nostro gommone è arrivato.
Con un cenno della mano Bora saluta l’equipaggio e mentre ci accingiamo a salire a bordo una nave da crociera enorme si scolla via dall’orizzonte e si appresta a fendere la città entrando in porto.

Le macchine sfrecciano alle nostre spalle lungo Riva Nazario Sauro. Poi il rumore si attenua un po’.
Il semaforo dev’essere diventato rosso. Sento in lontananza qualche nota uscire da un finestrino aperto.

La ragazza che di nome fa Bora come me ascolta curiosa e riconosce la voce di Tim Buckley, così dice. Io sono certa che il mare e quello lì, che si chiama Tim Buckley, abbiano la stessa identica voce.

“Long afloat on shipless oceans
I did all my best to smile
‘Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me
Sail to me
Let me enfold you
Here I am
Here I am
Waiting to hold you…

Adesso lei canticchia a fior di labbra:

Did I dream you dreamed about me?
Were you here when I was forced out
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks
For you sing, “Touch me not, touch me not, come back tomorrow
Oh my heart, Oh my heart shies from the sorrow”

Si spoglia dell’abito nero e l’istruttore la aiuta a indossare la muta. Io sto incollata alla sua pelle e sorrido di questa nostra metamorfosi: sirene per un giorno. L’avreste detto mai?

“Well I’m as puzzled as the newborn child
I’m as riddled as the tide
Should I stand amid the breakers?
Or should I lie with death, my bride?
Hear me sing, “Swim to me, swim to me, let me enfold you
Here I am, here I am, waiting to hold you”

Ho la netta sensazione che il mare tutto canti queste parole.
Sento la voce di Tergeste ed è voce di sirena.
L’equipaggio scioglie la cima e la prua del gommone punta verso la riserva di Miramare.
Le guide dell’area marina protetta terranno a battesimo la nostra discesa.

Mentre ci allontaniamo dalla riva accarezzo Trieste con lo sguardo, questa città che avvolge in un abbraccio chi arriva dal mare e fa rotolare via lontano chi scende dalla collina, accogliendo e respingendo i suoi abitanti in un eterno moto ondoso.

Penso a Tergeste avvolto d’alghe e coralli che mi aspetta là in fondo, in compagnia delle sirene.
Penso che Tergeste possa essere diventato a sua volta una sirena, donna e pesce, maschio e femmina, una creatura ambivalente come questa città al tempo stesso ruvida e materna, rilassata ed austera.

Scorgo il [castello di Miramare] all’orizzonte. Siamo pronte, io la Bora e lei che di nome fa Bora come me, a scendere là dove roccia e acqua si fondono insieme, nell’abisso di frontiera dove nasce ogni nostro amore.

Il suono.
Trieste.
Il mare.


Museo Revoltella – Comune di Triestemuseorevoltella.it

http://www.riservamarinamiramare.it/

http://www.miramare.beniculturali.it 

[Cartolina numero uno]

[Cartolina da Piazza della Borsa], conosciuta anche come salotto buono cittadino. Situata tra Piazza Unità d’Italia e Piazza Cavana, è stata il centro economico della città per tutto il IXI secolo. Dominata dagli edifici del Tergesteo, della Borsa Vecchia e da palazzo Dreher, segna il punto di contatto tra la città medievale e quella moderna.

Il racconto che la correda è liberamente ispirato alla leggenda che narra di come Bora si innamorò di Tergesteo e legò per sempre il suo destino alla città di Trieste.

Buona lettura!

[Ore 10.00 in grigio e rosa]

Evoè! Evoè!
Urlano al cielo le Baccanti, ebbre di vino.
Evoè!
Lunghe chiome intrecciate d’edera frustano l’aria.
Evoè!
Schioccano i cembali e i corpi si abbandonano in una danza forsennata.

Evoè! Evoè!
Ululo a Eolo, padre e padrone di tutti i venti, io, la Bora sua figlia, straziata dalla crudeltà e dal dolore.
Evoè!
Raffiche acuminate flagellano il mare.
Evoè!
Allo schianto sordo di rami e pietrisco, il cielo e la pioggia si squassano in un singhiozzo strozzato.

Si dice di me che un tempo fui una fanciulla leggiadra. Non ricordo se tra le figlie di Eolo fossi io la più bella, ma fui senza dubbio la più intraprendente. Conoscevo l’arte di domare le nuvole e mi spostavo per ogni dove in loro compagnia. Fu proprio in quel girovagare che conobbi Tergesteo.

Dimorava in una grotta del Carso nascosta tra aceri e pini, un po’ più in alto del luogo in cui oggi si adagia la città di Trieste.
Era un argonauta, un eroe, uno dei quarantanove scelti da Giasone per conquistare il vello d’oro, preziosa lana che ha il dono di guarire ogni ferita.
Di ritorno dalla Colchide si fermò a riposare in un’insenatura del golfo, nei pressi della baia di Muggia. Fu ammaliato dai boschi e finì col sostare in quel luogo più a lungo del dovuto: è così che lo incontrai.

Aveva la pelle color del rame e i capelli increspati come le onde solcate dalla prua di Argo. Era un avventuriero reso affascinante dal molto navigare.
Bastò uno sguardo, uno solo, perché il desiderio tra noi deflagrasse immediato. Per sette giorni e sette notti fu tutto un esplorarsi di morsi e di carezze, di graffi e di baci.

Incuranti dell’ira di Eolo e dell’invidia terrena, saremmo rimasti avvinghiati ancora a lungo se un Nembo geloso non avesse spifferato a mio padre le precise coordinate del nostro giaciglio.
Lui entrò sibilando, la bocca atteggiata in una smorfia ripugnante, ché di traverso dovevano essergli andati giù in un sol boccone sia l’umore che l’onore.
Non mi diede neppure il tempo di fiatare: mugghiò tutto il suo disprezzo e un vortice furioso di vendetta schiantò Tergesteo contro la nuda roccia. Morì all’istante.
Io svenni e quando mi svegliai mi ritrovai senza più corpo: il tormento l’aveva cancellato.
Non ricordavo più nulla eccetto “stac”, il colpo delle ossa spezzate. Quel suono non si è più zittito: “stac” mi balla nelle tempie, “stac” mi esplode in vena al ritmo del cuore.

Da allora vivo accucciata in un nido di felci e radici in [Val Rosandra], vicino a San Dorligo della Valle, tra Trieste e Lubiana. La bellezza del paesaggio mi è balsamo e cura. Dormo a lungo, cerco sollievo nel sonno. Vorrei guarire, ma basta un niente – lo scricchiolare di un ramo, il tonfo d’una ghianda, dei passi tra le foglie – perché torni il morso del male. Allora mi sveglio gonfia di rabbia. “Stac, StAC, STAC” il rumore m’incalza ed io balzo su da Nordest, presa dalla smania di scappare lontano.

Mi scaravento giù per i pendii rocciosi rotolando e rimbalzando fino al mare. Travolgo, rovescio, rivolto. Ansimo, percuoto e scaglio via. Sollevo e strappo, divelgo e sfracello ripetendo i gesti dell’antica violenza paterna. Lo sto facendo anche adesso mentre a Trieste imbocco la discesa di via Madonna del Mare. Ah! Quanto vorrei non investire d’un refolo gelido quella donna che, avvolta in una lunga gonna a pieghe, incede elegante nonostante io sibili pazzie ancestrali.

Immagino sia diretta in Cavana, quartiere che fu di prostitute e uomini di malaffare e oggi brulica di locali, botteghe artigiane e librerie.
Già la vedo sorseggiare un caffè amaro e addentare con gli occhi socchiusi il primo morso di pasta crema.
Mi prende la smania di fare un tratto di strada in sua compagnia. Mi calmo per quel che posso e aderisco al suo movimento aggraziato.
Lei non fa che pochi passi, si ferma all’altezza del civico 2B e spinge decisa una maniglia di ferro scuro.

Una porta a vetri si spalanca sull’interno di un negozio d’abbigliamento femminile. Subito si richiude alle mie spalle ed io, la Bora, mi trovo avvolta da una fragranza di fiori e di muschio. Uno schiaffo alle narici mi riporta al tempo in cui ebbi un corpo, amai Tergesteo e fui da lui molto riamata.

Mi acquatto a terra vicino all’entrata, immobile quel tanto che la mia natura consente, attenta a non fare danni.
Il colpo d’occhio sull’intero locale mi lascia ammutolita: boiserie scura e muri chiari, proprio come i due aggettivi che compongono il mio umore. Il soffitto è a volta, in mattoni rosati e, sul fondo, una ripida diagonale bianca scende verso la parete, simile a un pendio carsico che precipita in mare.

Inspiro piano. Espiro in quattro tempi un lungo refolo delicato.
Se Tergesteo, l’amore mio fosse vivo, la nostra grotta l’avremmo arredata proprio così: con sobria raffinatezza.
Alle pareti sono appese cornici ricciolute, bianche anch’esse e vuote. Rapida serpeggio nei loro ghirigori e per un’istante ho memoria delle mie mani, di quel guizzo che le faceva scorrere tra i capelli e poi giù, a giocare di vello in vello con il corpo del mio uomo.
Di nuovo inspiro piano ed espiro in quattro tempi vaporizzando nell’aria quella specie di solletico che giunge inatteso ad annunciare un’intuizione: questo posto ha qualcosa della fanciulla che fui. Porta a galla ricordi felici.

C’è silenzio nel locale. La donna armeggia con delle boccette di profumo e di tanto in tanto annota qualcosa graffiando una penna sulla carta.
Ad un tratto la punta si inceppa. “Stac”! No. Forse ho sentito male. Le dita della donna premono un bottoncino. “Stac” “Stac” “STAC”. Il respiro accelera. Sistole, diastole: il cuore martella. “Non esplodere”, mi dico. “Non esplodere!”.
D’istinto salgo verso l’alto a cercare spazio vuoto attorno a me.
Devo uscire e riprendere la mia corsa, subito.

I sostegni metallici degli abiti sbattono al mio passaggio, i vetri tintinnano, gli orli dei vestiti frusciano, una grande lampada ondeggia davanti all’entrata.
La donna si gira di scatto nella mia direzione e io, La Bora, mi attendo che con un grido di spavento apra la porta e fugga via. Invece, nulla. Non accade nulla.
Mi scaglio verso l’entrata decisa a mandarla in frantumi, ma ferro e vetro mi oppongono resistenza.
Impreco contrariata: “Rototommm… Ro to to – to to- to tom tomm”
Niente. Nessuna reazione.
Barcollo vicino allo scaffale delle borse. Esplodo: “Ro to to – to to- to tom tomm”. Esigo la sua attenzione.
Le pochette volteggiano su se stesse, le clutch mulinano a gambe all’aria. Sollevo di peso due vasi e li schianto a terra. Infrango tutte le boccette di profumo.
La donna non si scompone, si alza e si muove verso di me accennando un passo di samba.
Raddrizza le borse, rimette in piedi i profumi, si china a raccogliere i vasi attenta a non scheggiarsi.
D’improvviso la porta del negozio si apre.

Io, la Bora, mi precipito ad uscire ma. Una ragazza con la pelle diafana che pare dipinta da [Cranach] entra sbarrandomi il passo. Mentre la fisso da vicino indecisa se travolgerla o sgusciarle accanto, noto una scintilla che le accende l’iride: ha gli stessi occhi del mio Tergesteo, ci puoi scorgere insieme tutte le sfumature del cielo e del mare.
Indugio un istante nel ricordo e…sbam! La porta si chiude alle sue spalle.

“Ciao” esclama.
“Ciao”, risponde la donna.
“ Tutto bene? C’è stato un furto? Vuoi che troni più tardi?”
“ No, no. Un colpo d’aria ha fatto cadere i vasi”.
“Un colpo d’aria?”
“Si”
“Sarà mica la Bora! Pensa che fuori il vento si è fermata di colpo, neanche l’avessero rapito… Hai qualcosa di nuovo per me?”

La ragazza si guarda attorno e posa gli occhi su abiti leggeri come pepli, increspati da onde plissé.
“Belli davvero. Belle anche le fantasie. Assomigliano un po’ alla posidonia sul fondo marino e un po’ ai colori del Carso.
Conosci la leggenda di Bora e Tergesteo? Sembrano disegnati pensando a lei.”
La ragazza afferra un abito grigio, se lo appoggia sul corpo, fa una mezza giravolta ed esclama:
“Che meraviglia. Guarda come danza la gonna! Credo che la più bella tra le figlie di Eolo girasse per cielo e per mare abbigliata proprio così
“.

“Ho sentito bene?”
Ammutolita spiro leggera verso il fondo del locale. La tenda candida del camerino si gonfia al mio passaggio.
Inspiro piano. Espiro in quattro tempi e per la prima volta il clangore è solo un eco di fondo, e mi sciolgo in danza.

Piroetto anch’io sull’abito grigio perla, di un paio di pantaloni color delle foglie d’autunno ci faccio un altalena, una capriola e, oplà, atterro in un prato di cachemire rosso e blu. Faccio fremere un colletto di pizzo poi dispiego come una vela una stoffa che mi ricorda i monili di alghe e coralli con cui un tempo mi cingevo i polsi e la vita.

La cliente prova e riprova, si rimira e si diverte. Ricordo quando anch’io vagavo tra il Carso e il cielo con tanta leggerezza.
La donna del negozio la consiglia, le sorride gentile e di tanto in tanto lancia un’occhiata complice nella mia direzione. Piega i capi scelti e li ripone con cura in una busta candida.
Batte il conto sul registratore di cassa e quando la ragazza dalla pelle di Cranach striscia la carta dorata, in un lampo leggo il mio nome: Bora. Mai avrei immaginato che qualcuno chiamasse una figlia col mio nome!

“Ciao. Grazie! Buona giornata!”
Si congeda sorridendo poi esita con i piedi già in strada e il resto del corpo ancora nel negozio.
“Mi sono innamorata dell’abito grigio, sento che mi porterà fortuna. Alle undici ho un appuntamento alla Camera di Commercio, ho un’idea di start up in testa… Ti scoccia se lo indosso subito?”
La donna del negozio sorride divertita.
“Prego! Accomodati.”
Dirà a me o a lei?

Si dirige in camerino, io la seguo.
Lascia cadere jeans e camicia sul pavimento e indossa tutto d’un fiato l’abito grigio perla. Io aderisco alla sua pelle accucciata tra le fibre di seta.
Bora con Bora. E adesso per favore, fuori!
La donna del negozio esclama:
“Quanto amo il mio lavoro! Qui da me entri come sei ed esci come vuoi…
In bocca al lupo per il tuo sogno!”

Siamo fuori dal negozio. Io dovrei riprendere la mia strada, scaricare quel po’ di energia e di emozione, poi tornare a dormire su nel mio vallone, vicino a San Dorligo ma non ne ho voglia. Ammiro quieta le vie, i palazzi, le persone che vivono a loro insaputa sulla collina che fu Tergesteo, l’amore mio. Quanta bellezza! Per la prima volta, sebbene non abbia intenzione di perdonare Eolo, il suo assassino, mio padre, ho la netta percezione che la sua morte non sia stata sterile.

Percorriamo via Cavana verso Piazza della Borsa. Il desiderio di abitare di nuovo un corpo vince la stanchezza. Mi concedo ventiquattr’ore incollata a Bora dalla pelle di Cranach, un giorno e una notte per amare Trieste quanto amai l’uomo che le diede carne, ossa e nome. Un velo di sudore che scorre gìù lungo il giro manica mi avvisa che siamo arrivate al Palazzo della Borsa vecchia, oggi sede della Camera di Commercio, che Bora crede nel suo sogno, che devo interrompere il mio fantasticare.
Percorro con lo sguardo l’intonaco rosa antico fino alla nicchia in cui abita la sontuosa statua neoclassica di Europa. Mi arrampico tra le frange e i drappeggi del suo peplo marmoreo, poi lungo le scanalature delle colonne ioniche che ornano il pronao di questo tempio consacrato ai soldi e al lavoro.
Sorrido fiera di me, la Bora e penso che l’architetto Antonio Mollari e gli scultori che hanno ornato il palazzo di fregi e di statue dovevano avere il vento tra le mani quando hanno lavorato a questo edificio neoclassico, ancora oggi degno di nota.

[Val Rosandra] http://www.riservavalrosandra-glinscica.it/

[Cartoline da Trieste]

Lontano nel tempo si perde la leggenda della Bora, mito fondativo della città di Trieste. La Bora, al pari di una musa, dà forma agli edifici e alle memorie della città. A lei, vento catabatico che scende dai pendii del Carso al mare e spirando da Nord Est sferza la città e l’alto Adriatico, è dedicato un singolare museo.

https://www.museobora.org/

Nella raccolta [Cartoline da Trieste] immaginiamo che la Bora abbia la possibilità di riprendere per ventiquattr’ore le sue sembianze femminili girovagando per la città e specchiandosi nelle architetture che recano traccia di lei e della sua storia.

La seguiamo lungo il suo itinerario cogliendo i suggerimenti per un originale [selfie trail] cittadino.

Cartoline da Trieste è un format di promozione turistica curato da [Studio OV_AK].

Le fotografie sono di [Francesca Scarfiello].
Testi a cura di [Laura Casati].
Styling: [concept store Bardot], via Madonna del mare 2 Trieste

https://it-it.facebook.com/bardotrieste/

A cadenza settimanale pubblicheremo nel blog alcune tra le foto e i racconti che compongono una guida a puntate della città.

Buona lettura!

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